Waterworld di Kevin Reynolds

C’è chi pensa che la fantascienza sia fatta soltanto di astronavi, alieni e invasioni interplanetarie. Ma ci sono film che hanno lasciato il segno nel genere anche senza l’ausilio di questi elementi considerati un classico. Nonostante un’accoglienza non entusiasmante al botteghino americano e numerose candidature ai Razzie Award (per chi non li conoscesse gli ironici Oscar per le peggiori produzioni hollywoodiane), Waterworld (1995) di Kevin Reynolds (Robin Hood: Principe Dei Ladri, 1991; 187 Codice Omicidio, 1997) può essere considerato un film originale che merita senza nessun dubbio di essere visto. Di certo non è stato né il primo né l’ultimo film post-apocalittico della storia del cinema, ma l’idea di un mondo sommerso dall’acqua in seguito al discioglimento dei ghiaccia (cosa che potrebbe anche drammaticamente realizzarsi…) non era stata ancora ben sfruttata.

Il protagonista Kevin Costner (anche co-produttore della pellicola) interpreta un mercante mutante, schivo e solitario, in un mondo in cui le cose più comuni e semplici diventano preziosa merce di scambio. Ma quando si vede costretto sua malgrado a caricare sulla sua barca la piccola Enola che porta tatuata sulla schiena la mappa per la mitica Dryland, unico fantomatico punto di terraferma rimasto e ricercato dal perfido Diacon e i suoi Smokers, inizierà la fuga. Tutta l’atmosfera è squallida e raffigura perfettamente un mondo in cui le regole e i più comuni valori morali perdono completamente di valore. Chi ancora crede nelle regole viene soggiogato dagli smokers, punta di forza in una società in cui la violenza dimostra il valorizzarsi della legge del più forte. Una punta di moralismo molto american style non manca a farci ricordare che ci troviamo davanti ad una produzione hollywoodiana, ma dopotutto è un diffettuccio con il quale ci troviamo a dover combattere spesso e volentieri, soprattutto in un genere diventato emblema della cultura americana.

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